IL COACHING VIENE DA LONTANO.

Ai giorni d’oggi è quasi impossibile non incontrare la parola Coach o Coaching. Addirittura, in televisione si è riusciti a scomodare queste parole abbinandole a prodotti per capelli.

Credo ormai che la parola Coaching stia diventando un grande contenitore per indicare tutto e il contrario di tutto. Eppure il Coaching ha una sua storia precisa e come nel titolo, un’anima antica.

Chi pratica seriamente questa disciplina, al di là di spettacolarizzazioni, miracolismi e “superismi”, sa che il Coaching ha tanto da dare e tanto da insegnare.

E’ quindi importante ricordarsi, come Coach, cosa il Coaching  può fare ,per chi lo pratica e per chi lo riceve.

 

I Padri fondatori del Coaching moderno.

La storia del Coaching ci ricorda che uno fra i primi a dar forma e definizione a questo approccio, è stato Timothy Gallwey, allenatore della squadra di tennis dell’Università di Harvard negli anni ’70, che in ambito sportivo sviluppò i suoi principi di base, introducendo il concetto di Inner Game. In pratica, Gallwey sostiene che le sfide dell’esistenza intera si combattano contemporaneamente in due arene: quella esteriore e quella della mente, dove sconfiggere giorno dopo giorno gli ostacoli che noi stessi ci creiamo e che bloccano la realizzazione del nostro pieno potenziale.

La formula del successo, secondo lui, coincide con l’equazione: 

Performance = Potenziale – Interferenza

Dove per aumentare la performance è necessario aumentare il proprio potenziale o ridurre al minimo l’interferenza.

Insieme a Gallwey, un altro padre del Coaching è stato negli anni ‘80 John Whitmore, ex pilota automobilistico e successivamente psicologo dello sport, che ha aperto per primo le porte del businesse della carriera professionale ai principi del Coaching.

Dalla loro collaborazione nascerà poi il famoso Modello GROW (Goal, Reality, Options, Will). Modello ancora oggi attuale che permette di valorizzare il potenziale personale, attraverso un percorso sequenziale e facile da applicare.

 

Le Origini antiche del Coaching.

Se Gallwey e Whitmore sono i padri moderni del Coaching, è vero che la sua anima, va cercata in là nel tempo, fino ad arrivare all’Antica Grecia.

È qui, infatti, che alcuni dei più famosi filosofi hanno insegnato le basi filosofiche che ispireranno il Coaching.

Socrate, ad esempio, ha contribuito con la sua Arte Maieutica. Aiutava i suoi discepoli ad apprendere ponendo domande e lasciando che trovassero loro stessi una risposta.

Platone, invece, sosteneva che ogni uomo possiede dentro di sé parte della verità, ma per poterla scoprire e raggiungere ha bisogno dell’aiuto degli altri. Nei suoi scritti consigliava la conversazione e il dialogo come mezzi efficaci per raggiungere la perfezione.

Aristotele, infine, separando il concetto di  «ciò che siamo» (l’essere) e  di «ciò che potremmo essere» (il divenire), evidenziava la funzione del Coaching. Ovvero, condurre la persona a raggiungere il suo obiettivo e diventare la migliore versione di sé (per usare un termine un po’ inflazionato).

Andando avanti nella storia incontriamo poi l’Umanesimo, che enfatizza il valore e le abilità individuali di autorealizzazione dell’uomo. Successivamente, l’Esistenzialismo, secondo cui la verità e i valori provengono dall’esperienza e dalla responsabilità di ciascun individuo.

Di fronte a tanta ricchezza del passato si apre la ricchezza di oggi, espressa dagli orientamenti che il Coaching ha adottato e sta adottando nella sua evoluzione.

La via per esprimere il potenziale dell’essere umano

E’ opportuno però ricordare che a prescindere dall’orientamento e dallo stile di intervento, la filosofia del Coaching deve e dovrà sempre basarsi sull’assunto secondo cui ognuno di noi possiede un potenziale inespresso e le competenze necessarie per trovare le soluzioni e raggiungere i risultati. Il Coaching diventa quindi un catalizzatore e facilitatore di cambiamento.

L’arte del Coaching risiede nel non dare consigli e non proporre soluzioni, ma piuttosto nell’agevolare la consapevolezza e la presa di coscienza sulle proprie potenzialità.

La profondità di questa professione, esprime la potenza attualizzante dell’essere umano. Questo è il concetto che dovrebbe rimanere nella mente delle persone, per aiutarle veramente a capirne il valore e l’efficacia.

Il resto, direi, lo si può lasciare tranquillamente in pasto ai mass media, in grado solo di tradurre un così nobile concetto in un utile (si spera!) prodotto per capelli! (vedi le ultime pubblicità).

 

COME INTEGRARE PROBLEM SOLVING STRATEGICO E LA PNL.

L’evoluzione del Coaching in questi ultimi tempi ha visto l’incontro e l’integrazione di modelli diversi, ma comunque complementari nell’ottenere risultati veloci ed efficaci. È a mio avviso proprio il caso del Problem Solving Strategico e della PNL (Programmazione Neuro Linguistica), figli entrambi della stessa madre: il costruttivismo.

 

Una sola freccia si rompe facilmente, ma non dieci frecce tenute assieme (Proverbio cinese).

I principi infatti che legano entrambi i modelli sono riconducibili a Korbinski “la mappa non è il territorio” e Von Glavestel “la mappa non è il territorio, ma noi abbiamo solo mappe per rappresentare il territorio”.

Tutto ciò è mirabilmente espresso dal concetto di autopoiesi di Maturana e Varela, secondo il quale “noi costruiamo noi stessi e quindi noi costruiamo la nostra realtà”.

Gli eventi quindi sono una nostra costruzione soggettiva di cui siamo gli attori principali e i diretti responsabili della realtà che costruiamo.

Diceva il filosofo greco Epitteto: “Gli uomini sono agitati e turbati, non dalle cose, ma dalle opinioni che hanno delle cose.”

Entrambi gli approcci dunque affrontano e indagano la realtà da questa prospettiva e intervengono sul coachee, aiutandolo a compiere un cambiamento prospettico attraverso la percezione del problema e l’attivazione delle risorse interne.

 

Come il Problem Solving Strategico incontra la PNL e viceversa.

Punto 1

Prima di tutto, il modello in 4 fasi del Problem Solving Strategico rappresenta una struttura operativa d’intervento rapida ed elegante, che può facilmente interfacciarsi con le tante e singole tecniche di cambiamento percettivo e linguistico della PNL. Quest’ultima dunque può prendere a prestito una strategia e un protocollo efficace, che riduce progressivamente la complessità della situazione di partenza, accompagnando il coachee verso il suo cambiamento personale ed evitando di disperdersi nei vari e tanti protocolli che la PNL ha a disposizione. Inoltre, il Problem Solving Strategico propone un modello di analisi delle resistenze, che permette anche alla PNL di poter più facilmente inquadrare la persona che si ha di fronte e le possibili strategie che andrà ad operare per confermare la propria realtà.

 

Punto 2

In secondo luogo, il Problem Solving Strategico si concentra sulle evidenze comportamentali, così importanti anche nella PNL. La parte comportamentale del problema è ciò che è più visibile del coachee ed è l’evidenza più diretta delle tentate soluzioni disfunzionalimesse in atto fino a quel momento. Entrambi gli approcci compiono un’analisi descrittiva della situazione iniziale e la PNL in questo può scendere ad un livello percettivo più sottile, tramite i sistemi rappresentazionali, le sotto-modalità e i meta-programmi. Quindi anche se con un differente stile, le due discipline confermano lo stesso obiettivo finale: comprendere la struttura interna comportamentale del coachee, mettendo in evidenza la disfunzionalità, causa stessa del problema e trovando le risorse necessarie al cambiamento.

 

Punto 3

In terzo luogo, entrambi gli approcci coincidono sulla costruzione di obiettivi ben formati, spesso rappresentati dal modello SMART, che permette di avvicinare il desiderata del coachee alla realtà. Solo attraverso questo processo è possibile infatti scoprire ed attivare le risorse interne e le potenzialità della persona. Mentre nel Problem Solving Strategico si passa alla “Tecnica dello Scenario Oltre il Problema”, dopo aver analizzato le “Tentate Soluzioni Disfunzionali” e fatto sperimentare la “Tecnica del Come Peggiorare”, proprio per generare quella carica propulsiva necessaria a guardare nel futuro, la PNL si avvale del “Come se”, della “Timeline” e del “Ricalco nel Futuro”, proprio per liberare spazio creativo, lasciare lo “Spazio Problema verso lo Spazio del Risultato”. Quindi possiamo ancora dire che gli approcci si avvicinano molto, in quanto sono entrambi evidence based e solution oriented.

 

Punto 4

In quarto luogo, sia il Problem Solving Strategico che la PNL riconoscono e utilizzano lo straordinario potere del linguaggio come agente di cambiamento. Il primo si avvale di un modello linguistico riduttivo di complessità, il “Dialogo Strategico”; esso, tramite l’alternanza di domande strategiche ad illusione di alternativa di risposta e riformulazioni ristrutturanti, conduce il coachee verso un’esperienza emozionale correttiva, un cambio di prospettiva anticipatoria della soluzione. La PNL, invece, tramite diversi modelli linguistici, quali il “Metamodello”, il “Milton Model”, gli “Sleight of Mouth”, i “MindLines” e altri ancora, aiuta il coachee a scendere e ricomporre la sua struttura profonda, confrontandolo sulle sue convinzioni e comportamenti limitanti, aiutandolo ad attingere alle risorse interne, per riportarlo infine alla sua autoefficacia e responsabilità di scelta. A mio avviso questi diversi modelli linguistici posso trovare una facile coesistenza, non tanto nel mescolarli tra loro, bensì avvalendosi di essi singolarmente nei tempi e modi giusti. Anche in questo caso i due approcci risultano insieme stabilire una efficace sinergia.

 

Punto 5

In ultimo, il Problem Solving Strategico si avvale di logiche non ordinarie, quali gli antichi stratagemmi cinesi, proprio per evitare le resistenze e creare nuovi spazi di azione al cambiamento. Un modello cosi ben strutturato può certamente agevolare anche la PNL, che pur avvalendosi in alcuni casi dell’approccio provocativo, anch’esso non ordinario, trova nel Problem Solving Strategico un compagno di viaggio pratico, efficace e ben strutturato. Così come il Problem Solving Strategico avrà accanto un compagno eclettico, creativo e flessibile.

 

Una cassetta degli attrezzi completa.

Per concludere, nella mia esperienza professionale di Coach ho sempre avuto il desiderio di confrontarmi con differenti metodi, conoscerli e farli miei, al fine di crescere professionalmente e avere con me “una valida cassetta degli attrezzi”. Riprendendo il concetto base che ha dato vita alla PNL, il modellamento, inteso come osservare e riprodurre ciò che è efficace, ritengo che il riconoscimento della validità dei due approcci, sia il punto di partenza di un dialogo costruttivo e soprattutto di strategie sempre più utili e necessarie in un mondo che ha in sé un grado di complessità sempre crescente.

 

I PROBLEMI NON ESISTONO!!??

Immagino che questa affermazione ti possa sembrare un pò strana o provocatoria, ma non lo è affatto. Ma è una SANTA VERITA’!

Da ciò nasce una CONTRADDIZIONE molto interessante: Le difficoltà sono parte integrante della nostra vita e troppo spesso non siamo capaci ad affrontarle per poi ricavarne un’esperienza di crescita.

Eppure nessun problema è insormontabile e in fondo in fondo non esiste!!!!

A questo post ne seguiranno altri che metteranno in luce questo concetto e soprattutto fornirà strategie utili per smontare la forza di un problema o meglio la PERCEZIONE che ne hai di esso.

Sei pronto?

Come diceva Einstein: “La percezione della realtà è più reale della realtà stessa”.

Questo è il punto di partenza per SMONTARE LA LOGICA di un “problema ben formato”, cioè una tipica situazione che percepisci più grande di te, esterna a te, in modo persistente e pervasivo la tua vita.

Eppure nulla ciò è vero, ma da te.EPPURE NULLA DI CIO’ E’ VERO MA DA TE E’ PERCEPITO COME TALE!

Einstein nuovamente afferma: “La realtà è una semplice illusione, sebbene molto persistente”.

Ed è questo il PRIMO PRINCIPIO da ricordare: “La realtà esiste solo nella tua percezione e l’unica vera realtà è l’inganno presente nella tua mente”.

 

FUORI DAL PROBLEMA!!!

Cari amici, eccoci al nuovo post, che come avevo preannunciato, segue come filo logico quello precedente.

In quest’ultimo avevamo affrontato il concetto di PROBLEMA e, giocando con le parole, avevo asserito che “IL VERO PROBLEMA DEL PROBLEMA” è la percezione che se ne ha di esso.

Come diceva il filosofo greco Epitteto: ”Ciò che turba gli uomini non sono le cose, ma le opinioni che essi hanno delle cose.“

Questo a voler significare che La PERCEZIONE e il SIGNIFICATO hanno in noi una rilevanza maggiore del fatto in sé.

DOMANDA: PERCHE’ SIAMO COSI’ EMOTIVAMENTE COINVOLTI NEI NOSTRI PROBLEMI?

RISPOSTA: PERCHE’ TENDIAMO A IDENTIFICARCI NEL PROBLEMA. SIAMO IL NOSTRO PROBLEMA, VIVIAMO IN ESSO COME FOSSE CASA NOSTRA!

Ecco un nuovo di sistema per gestire i problemi e dare loro una nuova prospettiva.

Un modo di separare questo legame doloroso tra noi e il problema è l’ESTERNALIZZAZIONE, a dire: FUORI IL PROBLEMA DA ME!

L’idea di base è rovesciare la convinzione, molto diffusa, che chi chiede aiuto sia una persona internamente, strutturalmente problematica, che implica quindi il concetto di interiorizzazione del problema : il problema è il mio problema e di nessun altro!

La pratica invece di ESTERNALIZZARE IL PROBLEMA, si pone l’obiettivo di contestualizzare il problema stesso, come un fattore al di fuori della persona. I problemi, in altre parole, sono intesi come eventi che accadono a tutti noi nel corso del tempo, senza attribuirsene una presunta proprietà.

Questa cornice interpretativa non intende sminuire i problemi di una persona, o distogliere da essi la sua attenzione.

Essa sottolinea che la persona e i suoi problemi non sono la stessa cosa!

Questa separazione tra persona e problema ha un’efficacia straordinaria nel togliere emotività e dimensione al problema stesso.

Attraverso questa pratica possiamo osservare la situazione problematica da una diversa prospettiva e descriverne tutte le sfaccettature da una distanza operativa, soprattutto se tutto ciò avviene all’interno di una relazione di aiuto, facilitata da un professionista esperto, che conosce come usare al meglio questa pratica.

Cosa fare quindi quando si usa l’ESTERNALIZZAZIONE?

 

1 PASSO: Definire il Problema.

La prima cosa da fare è dare un nome al problema.

In questo caso, per esternalizzare il problema potrebbero provare a rispondere a domande del tipo:

-Se potessi dare un nome al problema che mi stai portando, come lo chiameresti?

-Se fossi li con te a vedere la situazione problematica, cosa vedrei in termini di comportamenti?

-Se questo problema lo avesse un tuo amico, come definiresti il problema stesso e il comportamento del tuo amico?

 

2 PASSO: Depotenziare il Problema.

Le domande esternalizzanti, sovvertono il ruolo di potere del problema stesso, mettendone in discussione i presupposti e la capacità di agire su di esso.

Ecco alcune tipiche domande che fungono da esternalizzatrici del problema:

-Come può si interrompere o diminuire l’intensità del problema?

-In che modo il problema reca sofferenza? E quali sono e saranno le conseguenze?

-Come puoi proteggere i tuoi sogni e speranze dal problema?

-Che azioni puoi fare, per limitare gli effetti del problema?

 

3 PASSO: Esternalizzare-Interiorizzare-Esternalizzare i Punti di Forza.

Non è solo il problema che influisce sulla nostra vita. In esso intervengono con grande forza le competenze, abilità e conoscenze, che si possono mettere in atto per affrontarlo.

In questo caso è opportuno sia esternalizzare che internalizzare le RISORSE, tramite un processo sequenziale a 3 fasi, aiutando prima la persona a vedere davanti a sé le Potenzialità, per poi fargliele sentirsele addosso nelle esperienze vissute nel passato, collegandole alle proprie convinzioni e valori e poi infine riportarle nuovamente fuori, declinate questa volta in azione.

Ecco un esempio di domande orientate all’esternalizzazione dei Punti di Forza:

-Quando senti che il problema sta per riproporsi, che azioni potresti mettere in atto per allontanarlo?

-Tra i tuoi punti di forza, quali ti possono aiutare a gestire al meglio il problema?

 

E TU COME AFFRONTI I PROBLEMI?

Sei tutt’uno con essi o sei in grado di guardarli dal di fuori?

 

LA VITA E’ UN GRANDE FILM!! E la grande differenza è quella di viverla solo da attore oppure da regista e attore insieme.

Sei pronto quindi a guardare il film dei tuoi problemi, essere quel regista capace di scegliere la miglior angolazione alla situazione e poi viverla pienamente con l’abilità di un attore di successo?

Fammi sapere cosa ne pensi!

 

COME SI MANGIA UN ELEFANTE? FACENDOLO A PEZZETTINI, UN BOCCONE ALLA VOLTA?! (Proverbio africano)

Come viene percepito generalmente un Problema?

Per il coinvolgimento emotivo generalmente associato ad esso, è molto facile che una situazione problematica si presenti a noi come un vero e proprio bandolo della matassa, un unico intricato labirinto impenetrabile.

Per un processo di semplificazione della realtà, in questo caso inteso come un fattore di ostacolo, un problema passa attraverso una generalizzazione, distorsione, permanenza e ampliamento sulla TUA intera vita, fino ad identificarti nel problema.

Ovviamente tutto ciò porta come inesorabile conseguenza il fatto che si percepisce il problema come PIU GRANDE DI TE. Ma se ci fosse un modo per cambiare questa percezione?

Come si fa a passare dall’essere PIU PICCOLO DEL PROBLEMA A PIU GRANDE?

Proprio come nel Proverbio Africano“come si fa a mangiare un elefante intero? Facendolo a pezzettini, un boccone alla volta.”

In questa semplice e saggia strategia sono contenuti importanti fattori di PROBLEM SOLVING:

– L’ESTERNALIZZAZIONE, già descritta nel post precedente, permette di liberarti dall’idea che il problema sei tu e di entrare invece nell’ottica che il Problema è un fattore da percepire come una serie di variabili esterne, che entrano in relazione con te e influenzano la tua vita in base a come reagisci o a come decidi di agire in modo propositivo. Nel primo caso sei in preda del Problema, nel secondo sei in grado di affrontarlo e cavalcarlo.

– LA SCOMPOSIZIONE DEL PROBLEMA IN PICCOLE PARTI, è la capacità di individuare le componenti interne ed esterne ad esso, la sua sequenza di formazione, le cause prioritarie e dominanti che agiscono.

Infatti il detto DIVIDI ET IMPERA e aggiungerei “IMPARA”, insegna proprio proprio a dividere, come riduzione della complessità per meglio governare. Dividere quindi per meglio vedere il Problema nei suoi piccoli, con il risultato quindi di essere in grado di PRIORITIZZARE secondo due Variabili in matrice,l’URGENZA e l’IMPORTANZA, riuscendo così ad individuare il modo migliore e più rapido di affrontarlo e risolverlo.

Ecco di seguito alcune domande che assolvono al Principio di Esternalizzazione, Scomposizione e Prioritizzazione del Problema:

Come, quando, in che modo si verifica il Problema?( Domande descrittive del Problema).

Quanto incide il problema (fattore di pervasività) sulla tua vita da 0 a 10? (Valutazione tramite Scaling).

Come potresti dividere il Problema in parti e in comportamenti?

Cosa succede prima del Problema, in mezzo e alla fine?

Qual è la parte del Problema che trovi più difficile e quella più facile?

Se il Problema fosse una macchina come potresti associare le sue caratteristiche? ( motore, ruote ecc. (dare una proprietà attraverso l’uso della metafora).

Su quale senti il bisogno di lavorare per primo o senti che porti a traino tutti gli altri fattori costituenti il cuore del Problema? (individuazione di un pattern di scelta.

 

Ti sembra più facile adesso “mangiare l’elefante?”.

Ricordati che questi processi di “Riduzione di Complessità”, richiedono di un tempo di riflessione e analisi, necessari per una più stabile e definitiva risoluzione del Problema.

Come soleva dire Napoleone Bonaparte:“Siccome ho molta fretta, vado molto piano.”

“PERDETE LA TESTA E DATE RETTA AI SENSI.”
 
Questa massima è attribuita a Fritz Perls, psichiatra psicoanalista e fondatore della Psicoterapia della Gestalt. Perls, fu uno dei primi spezzare gli schemi del freudismo ortodosso e di sperimentare e diffondere una nuova terapia, che egli chiamò “terapia della concentrazione”.
Facendo ricorso a varie fonti, tra cui le tecniche teatrali di drammatizzazione e le tecniche meditative dello Zen, Perls attivò un processo di sintesi creativa, in accordo con la cultura emergente (periodo della “beat generation” e nascita della psicologia umanistica), volta al risveglio della libertà e creatività individuale, in contrapposizione alla visione scientifico meccanicista, in cui erano inseriti a pieno titolo psicoanalisi e comportamentismo.
 
Perls riuscì dunque a elaborare un approccio olistico, che guardava alla persona come a una unità di corpo-mente, sottolineando la necessità di recuperare l’esperienza corporea come una componente fondamentale troppo spesso trascurata.
 
Il punto è proprio questo: le nuove tecnologie, lasciate sempre più libere nel campo della sperimentazione, ti stando portando sempre di più verso una realtà virtuale, in cui la mente prende il sopravvento sul corpo.
Il tuo corpo e i tuoi sensi sono il primo ponte di contatto verso l’esterno, l’unico strumento, che inizialmente il bambino utilizza per esplorare, sperimentare e conoscere.
 
Perls sapeva bene che il corpo è ciò che ti riporta sempre al qui e ora, il respiro, le sensazioni nel momento presente. Concetti questi che ritroviamo nello yoga, nella meditazione, nel mindfullness e in molte pratiche spirituali. Queste ti insegnano a rimanere radicati ai sensi, controllando il flusso caotico della mente.
 
In un’era così altamente tecnologica, in cui moltissime apparecchiature stanno sostituendo la capacità diretta e fisica dell’uomo di agire nel mondo, c’è da chiedersi che fine farò il corpo e quale il suo peso rispetto alla mente.
 
Ci potremmo ritrovare nella scena in cui Morpheus chiede a Neo: “Che vuol dire reale? Dammi una definizione di reale. Se ti riferisci a quello che percepiamo, a quello che possiamo odorare, toccare e vedere… quel reale sono semplici segnali elettrici interpretati dal cervello”.
 
Se quindi tutto è riconducibile a segnali elettrici rielaborati dal cervello, il corpo che funzione assolve in definitiva?
 
La mia risposta è che attraverso il corpo noi non solo esistiamo, ma possiamo toccare, sentire, vibrare e vivere davvero, anche all’interno di un’illusione creata dalla mente.
 
Cosa ne pensi?
 
Che rilevanza ha il tuo corpo nella vita di tutti i giorni, aldilà di un fattore estetico?
 
Sai farne strumento elettivo per esplorare e conoscere la realtà intorno a te?
 
Lasci che la mente prenda il sopravvento?
 
Come fai ad armonizzare mente e corpo in un tutt’uno che generi benessere in te?
 

PER SPARTA!!!!”  L ‘ANTIFRAGILITA’.

“Gli eroi sono eroi perché il loro comportamento è eroico, non perché vincano o perdano.

Questa è una citazione del filosofo e matematico Nassim Nicholas Taleb, che ha formulato e descritto il PRINCIPIO DI ANTIFRAGILITA’ e il concetto di CIGNO NERO, quest’ultimo definito che come un “evento raro, inatteso, improbabile, imprevedibile e dagli effetti dirompenti.”

Mi ricorda qualcosa che noi tutti stiamo vivendo in questi anni, cosa dici?

Di questi tempi si parla molto di RESILIENZA, ovvero la capacità di reagire alle avversità in maniera positiva e costruttiva. Questa nozione è stata approfondita e sviluppata in molti modi, ma ab origine appartiene al campo della fisica e indica la capacità di una sistema di adattarsi a un cambiamento.

Dunque, la Resilienza è una risposta a un evento, che modifica lo status quo e nella sua definizione primaria, non implica un’evoluzione o un miglioramento. In altre parole, è una competenza che permette di sopravvivere all’incerto e all’imprevedibile, ma che non fornisce i mezzi per utilizzare il caso per crescere e migliorare.

Invece per comprendere il PRINCIPIO DI ANTIFRAGILITA’, è necessario partire dalle definizioni di Fragilità e Robustezza. In linea generale, una cosa fragile tende a rovinarsi, a cedere, lesionarsi o rompersi con facilità. Dunque, è estremamente suscettibile a ogni variazione e deve essere protetta da pericoli e cambiamenti per essere preservata. Invece, una cosa robusta riesce a resistere alle avversità, riportando danni più o meno ingenti, ma non trae vantaggio dagli urti che subisce. Dunque, anch’essa andrebbe protetta per non essere rovinata.

Nassim Nicholas Taleb ha definito il concetto di Antifragilità’ con queste parole:

“Alcune cose traggono beneficio dagli shock, prosperano e crescono quando sono esposte a mutevolezza, casualità, disordine e fattori di stress e amano l’avventura, il rischio e l’incertezza. Ciò nonostante, a dispetto dell’onnipresenza del fenomeno, non disponiamo di un termine che indichi l’esatto opposto della fragilità. Per questo parleremo di Antifragilità.”

Come spiega il filosofo/matematico, l’Antifragilità supera il concetto di Robustezza e anche quello di Resilienza, perché implica un cambiamento e una evoluzione positiva. Infatti essa è propria di tutto ciò che cambia nel tempo, dall’evoluzione alla cultura, dai sistemi politici all’innovazione tecnologica, fino a includere l’esistenza stessa della specie umana su questo pianeta.

Dunque non è solo un vantaggio, una utilità, per affrontare il caso e il caos, che sono parte integrante dell’esistenza, ma è anche un elemento costitutivo della natura umana.

E allora, in che modo è possibile ritrovarla dentro di sé e svilupparla?

Nassim Nicholas Taleb descrive l’essere antifragile con un paragone:

“Il vento può spegnere la candela e ravvivare il falò. Lo stesso avviene con la casualità, l’incertezza e il caos: bisogna imparare a farne uso, anziché tenersene alla larga. Dobbiamo imparare a essere fuoco e a sperare che si alzi il vento.”

In altre parole, il filosofo e matematico dice che l’essenza della condizione di Antifragilità consiste nell’accettare l’ignoto e il disordine e nell’abbracciare il cambiamento.

Questo significa liberarsi delle sovrastrutture, non rincorrere un impossibile ideale di controllo e perfezione e non cercare di evitare i problemi e le sfide, ma affrontarli. Perché sono proprio le difficoltà e i risultati incerti che portano a crescere e a migliorare

Secondo Taleb il modo migliore per verificare di essere vivi è controllare se amate i cambiamenti, esortando a uscire dalla comfort zone, in modo particolare quando rappresenta un compromesso dettato da credenze negative e pensieri depotenzianti, che generano paura irrazionale del futuro e mancanza di fiducia in sé e nei propri mezzi e impediscono di vivere una vita piena e felice.

E ancora Taleb Invita a considerare eventuali passi falsi o sconfitte come opportunità di evoluzione e potenziamento. Ma anche a procedere in maniera graduale, partendo da prove e un carico di stress che si ha la forza di gestire e allenandosi per affrontare sfide sempre più grandi e complesse.

– E tu sei Fragile, Robusto, Resiliente o Antifragile?

– Come stai affrontando questo momento di vita?

– Cosa ti serve per meglio superare le tue difficoltà?